La famiglia abusata dal clero

ANSA892277_ArticoloUn interessante e scomodo articolo di un prete dal vivace spirito critico al termine dell’ultimo Sinodo dei vescovi cattolici sulla famiglia. Molto utile per tutti quei cattolici che onestamente vogliono decondizionarsi dalla “religione e dalle sue leggi” per ritrovare l’autentico spirito cristiano nella forza dell’Amore e nella luce della Verità che rende liberi nella propria coscienza.

SINODO INUTILE PERCHÉ SUPERFLUO
di Paolo Farinella, prete – Genova 23 ottobre 2015

– Non mi sono affatto entusiasmato al 2° Sinodo sulla famiglia perché avevo il sentore che sarebbe stato un esercizio di prova di forza, come è stato e come gli ultimi avvenimenti maleodoranti stanno dimostrando. Premetto che un sinodo sulla famiglia avrebbe dovuto essere pieno di «famiglie» di ogni specie perché, come vuole il Papa, con «metodo sinodale» potessero riflettere sulla realtà alla luce del vangelo e non delle astrazioni dei principi, a loro volta evaporati da altre astrazioni. Parafrasando alla buona, «codesto» sinodo ha discusso del “sesso degli angeli”, per concludere che deve essere e restare competenza di uomini, celibi (si fa per dire!) e omosessuali attivi e passivi, purché non conclamati.
Uomini che teoricamente dovrebbero essere celibi e/o vergini, quindi digiuni di sesso, per giunta vecchi prostatici con pannolone a seguito, che discutono di famiglia per dire chi e cosa deve essere, non fa ridere nessuno. Uomini che predicano la continenza come principio astratto, visto come va la realtà nel mondo – pedofilia generalizzata, scandali sessuali a tutti i livelli, il Vaticano covo di depravati compulsivi e ossessivi, vescovi africani e non con l’harem nei rispettivi episcopi, figli di preti e vescovi, che chiamano «zio» quello che tutti gli altri non figli chiamano «padre», ecc. – costoro hanno la presunzione di parlare di famiglia. Non sarebbe ora che tacessero? Viene voglia con Totò di liquidarli con un irriverente «Ma mi faccino il piacere!».
Il vero tema di questo Sinodo non è né la famiglia né i divorziati né altro, ma uno solo: «Bergoglio sì, Bergoglio no!». Divorziati, omosessuali e tutto il resto sono armi di distrazione di massa su cui il Sinodo non dirà nulla se non per rimescolare il brodo di sempre con la stessa arte mistificatoria del passato e del presente, nonostante «questo» Papa ci provi, ma un Papa non ha mai fatto primavera come la rondine del proverbio. Ciò che conta è la volontà contraria a qualsiasi riforma della Chiesa, seppur timida che questo Papa sta cercando di fare, avendone coscienza certa.
Finché giocava al Francesco del III millennio, era anche divertente, ma ora che comincia a dire di riformare il papato, decentrando ai vescovi ciò che il Vaticano I ha usurpato, concentrandolo in una sola funzione, garantita dall’infallibilità per eliminare ogni forma di comunione ecclesiale, il rischio è grande e bisogna porvi rimedio. Francesco deve essere fermato, costi quel che costi.
Tutti sanno che il Papa infallibilmente sbaglia, ma nessuno deve saperlo, solo la curia romana che appunto si è assunta il ruolo di super garante papato, al di sopra di Dio, di Cristo e dello Spirito(so) Santo, ameni ammennicoli per confondere chi crede di credere. Le lobby, i miscredenti in porpora cardinalizia, i puttanieri di ogni specie e risma si sono svegliati e ora usano le armi di sempre a disposizione dei cortigiani e degli individui senza onore e senza volto: la delazione, la falsità, le voci incontrollate. «À la guerre comme à la guerre, pecché ‘ccà nisciuno è fesso!».
Il primo a essere mobilitato fu un monsignore polacco che si dichiarò omosessuale con compagno convivente, la vigilia del Sinodo, con libro della sua vita già pronto per la stampa (quando si dice l’improvvisazione!). Costui era alla Congregazione della Fede, cioè un commissario che riduceva allo stato laicale i preti che si dichiaravano omosessuali «visibili». Esilarante.
Il secondo fatto riguardò i tredici cardinalazzi prostatici e gelosi che in pieno Sinodo accusano il Papa di manovrarne la gestione, salvo poi rinnegare e scoprire che circolano diverse edizioni della stessa lettera che avrebbe dovuto essere riservata e che invece è più pubblica che mai. Il cardinale perde il pelo, ma non il vizio di rotolare nella sentina.
Il terzo colpo, che avrebbe dovuto essere il «colpo di grazia» a Bergoglio, è stata la falsa notizia del tumore benigno (bontà loro!) al cervello per dire che le scelte del papa sono frutto della sua malattia e quindi dell’instabilità razionale: un papà malato e fuori controllo, motivo sufficiente perché dia le dimissioni o si tolga di mezzo o si suicidi, magari con il conforto degli ultimi sacramenti, purché sia chiaro e garantito che siano veramente gli ultimi.
Teologia addomestica (e ridicola)
Tutti coloro che contestano il Papa, dai secoli dei secoli, hanno sempre sostenuto che egli è eletto per «ispirazione dello Spirito Santo» e, infatti, nei giorni del conclave, si sgolano a cantare il «Veni, creator Spiritus», venticinque ore al giorno. Il motivo è semplice: finché il Papa pensava come loro, lo Spirito santo sceglieva bene, ma se un Papa osa «venire dalla fine del mondo» e si discosta dal loro pensiero, lo Spirito Santo da colomba si trasforma in piccione che bisogna fucilare subito. Come osa lo Spirito Santo fare eleggere un Papa che non pensa come la curia? La legge divina è codificata da sempre nel principio che «I Papi passano, la Reverenda Curia resta». I Papi che dovessero dimenticare questo principio essenziale, non possono essere eletti da Dio, ma sono figli di satana che bisogna eliminare «fisicamente». Questo è attualmente lo stato dell’arte.
Posso dire questo tranquillamente perché non ho mai creduto nella presenza dello Spirito Santo o di chiunque di pari grado a lui, nell’elezione del Papa, frutto di macchinazioni, trame, accordi più o meno immorali, di promesse e smentite, di ricatti e di puttanate varie. Sono certo che al momento del conclave, lo Spirito Santo, messi sull’asino Maria, Gesù e Giuseppe, si trasferisce alle Settechelles, aspettando che passi la buriana e poter dire: «Guardate che io non c’entro, ero fuori in vacanza, e se per caso c’ero dormivo della grossa».
Nota letteraria. Nel mio penultimo libro «Cristo non abita più qui», il Saggiatore, Milano 2013 documento con ampia dovizia la cloaca che fu il Vaticano al tempo del bieco cardinale Tarcisio Bertone e che continua ancora cercando di riprendersi dallo shock delle dimissioni di Benedetto XVI. Riporto anche nomi e cognomi dei caridnali che mandavano i servi «ad latrinas» al tempo del conclava in cui venne eletto Alessandro VI, a trattare denari, rebende e scambi in cambio dei voti. Avevo consigliato l’editore il titolo per me più vero: «Vaticano, Dio è altrove», ma il laico editore non se l’è sentita, eppure è ancora attuale e vero.
Anche il conclave è cosa umana e come ogni cosa umana è sotto l’egida della Provvidenza che, infatti, ogni tanto rompe le uove e la frittata viene col buco. I difensori italiani dello Spirito Santo, grande elettore, devono spiegare come mai nell’ultimo conclave abbiamo deciso, «prima» di chiudersi dentro, che il papa sarebbe stato con certezza Angelo Scola, sangue di CL, uomo senza pensiero, ma garante di equilibri di potere e di affari. Un minuto dopo la fumata bianca e tre minuti prima che il protodiacono anunciasse la scelta di Bergoglio a Papa Francesco, la segreteria della Cei, guidata dal card. Angelo Bagnasco, inviò a nome della Chiesa Italiana (ma come si permettono?) gli auguri alla Diocesi di Milano con le congratulazioni per l’elezione a Papa di Angelo Scola. Dov’è in tutto questo lo Spirito Santo? Forse c’entra lo Spirito di Vino perché solo una manica di ubriachi può fare una cosa del genere. Immagino la folla inneggiante il nuovo papa amborsiano: «Scola papa! Scola papa!».
Questa gente travestita da donna, se veramentre credesse in Dio e nello Spirito santo, avrebbe trascorso i giorni dopo le dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio, chiusi nelle rispettive chiese in ginocchio, digiunando a pane e acqua (o anche senza e non avrebbero patito!) a pregare, pregare, pregare perché lo Spirito scegliesse un Papa secondo il suo cuore e non secondo le fisime di questo o quel cardinale da strapazzo, bacato nel cervello anche senza tumore.
In che mani siamo!
Pochi hanno prestato attenzione, sinodo in corso, a un’intervista volante del «Corriere della Sera» (13 ottobre 2015) al Card. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congrezione della Dottrina della Fede, la prima delle Congregazioni curiali a costante contatto con il Papa. In gergo vaticano, la congregazione è chiamata «La Suprema», considerata la rilevanza che ha su tutta la curia. A quanto mi risulta, solo il fine e raro teologo liturgista Andrea Grillo ne ha colto la portata, pubblicandone il testo sul suo blog nello stesso giorno, con il titolo: «Il card. Mueller e “quel pasticciaccio brutto…”» (http://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-card-mueller-e-quel-pasticciaccio-brutto/ ).
Le affermazioni del cardinale, custode dell’ortodossia della fede cattolica, sono il vero «evento» prima, durante e dopo il Sinodo perché dicono «dove» e «in che» mani siamo. Leggendole, sono rimasto esterrefatto, capendo definitivamente, se mai ve ne fosse stato bisogno, che non ci sarà salvezza né per il Vaticano né per le congreghe, né tanto meno per la curia. Il Vaticano II è stato solo un piccolo incidente di percorso che occorre rimediare anche se ci si dovesse impiegare tre secoli. La colpa di «questo Papa» è quella di volere riformare la struttura della Chiesa e d’imporre, almeno con il suo esempio, un modello di vita che s’ispira al vangelo, cosa del tutto estranea dall’orizzonte esistenziali di quasi tutti i curiali e di molti prelati e pelati. Tutto ha un senso, perché non è possibile che il cardinale prefetto della «Dottrina della Fede cattolica» abbia detto quello che ha detto, solo perché è tradizionalista. Che discorsi sono codesti? Un concilio è un concilio che ha qualche elemento di superiorità su qualsiasi cardinaluccio avvizzito e tisicuccio.
Oltre le ovvietà sulla lettera dei tredici travestiti con la sottana color porpora, di cui egli è stato uno dei firmatari, l’eminente cardinale Müller fa affermazioni sull’Eucaristia che incutono brividi, riportandoci indietro oltre gli anni ’50 del secolo scorso, come se dopo nulla fosse accaduto. Afferma il rubro cardinale:
«Le persone soffrono perché i loro matrimoni sono rotti, non perché non possano fare la comunione. PER NOI IL CENTRO DELL’EUCARISTIA È LA CONSACRAZIONE, OGNI CRISTIANO HA IL DOVERE DI VENIRE A MESSA MA NON DI FARE LA COMUNIONE» (sott.mia).
Bocciato in teologia sacramentaria e liturgia. Il centro dell’Eucaristia-sacramento, è la Dossologia, cioè l’offerta alla fine della preghiera eucaristica: «Per Cristo, con Cristo e in Cristo» che è il vero offertorio di tutta l’Eucaristia. Solo lì abbiamo la certezza di offrire la Vita di Cristo al Padre che la riceve per ridarcela immeditamante come Comunione, pane e vino, per alimentare la nostra vita con «il pane della vita» (Gv 6,48) per affrontare l’Eucaristica dell’esistenza che inizia appena varcata la soglia dell’Assemblea eucaristica. Da sempre concludo l’Eucaristia con le parole: «Finisce qui la celebrarione del rito, comincia adesso l’Eucaristia del sacramento della testimonianza».
Centro e periferia
Dire come fa il cardinale non-teologo che il centro dell’Eucaristia è la «consacrazione» è affermare la natura magica del rito, quasi che le parole dette sul pane e sul vino siano una formula tecnica all’abracadabra. Nel NT vi sono tre formule diverse di quello che Gesù ha detto (1Cor 11,24 [cf Lc 22,19]; Mc 14,22; Mt 26,26-29) e quelle parole non sono il centro del Sacramento eucaristico, ma sono solo parte di una «narrazione di quello che Gesù ha fatto» perché noi ne avessimo «memoriale» di generazione in generazione. Affermare che quelle parole hanno un’importanza esclusiva, significa pensare come si pensava ai tempi di Pio X che bastasse che un prete fosse andato in un forno o in un bar e avesse detto le fatidiche parole «Questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue» che tutto il forno si trasformava in un deposito del Corpo di Cristo e il bar in una cantina con il Sangue di Cristo. È la tesi sostenuta nel romanzo Lo Spretato di Herve Le Boterf, Garzanti, Milano 1967. I preti, al momento della consacrazione, infatti, si sdraiavano sul pane e sul calice e pronunciavano le parole sil-la-ban-do-le per essere sicuri della loro efficacia immediata, senza rendersi conto che celebravano un «memoriale» nel senso dinamico di «zikkaròn» ebraico in quanto ciò che celebri è richiamo e simbolo di ciò che è accaduto; Dio è colui che è stato (il vero senso del nome Yhwh). Nessuna consacrazione è possibile senza la proclamazione della Parola che dà senso ai gesti e alle parole. Posso andare in tutti i forni del mondo e dire tutte le parole della consacrazione in latino, in greco, in ebraico o come voglio, che non succede nulla, se non che tutto resta come prima.
Il custode della fede dovrebbe custodire la fede che ci è stata consegnata dal Vaticano II che lui ha l’obbligo di difendere e obbedire. Il concilio ha sviluppato e approfondito il concetto di «sacramento» e di «Eucaristia»: tutti e due non si identificano con la comunione e il «sacramento» non è il Pane conservato nel tabernacolo, tradizione storicamente recente (sec. XVI), ma con la celebrazione comunitaria, alla fine della quale si conserva il Pane per chi è impossibilitato ad accedere all’assemblea celebrante. Eucaristia è il processo che dalla mensa della Parola di Dio proclamata transita alla mensa del Pane e del Vino in forza di Gv 1,14: «Il Lògos carne/fragilità fu fatto».
Dire che tutti hanno il dovere di andare a Messa è dire una sciocchezza che nessun catechista oggi insegna ai bambini perché tutti sanno che non è più sufficiente «assistere» fisicamente alla Messa per partecipare al «memoriale» del Signore, ma è indispensabile accostarsi da penitenti, ascoltare la Parola, attualizzare la stessa Parola, compiere gesti profetici di pace prima di presentare l’offerta all’altare, rivivere quello che Gesù ha detto e ha fatto (memoria della Cena), essere in comunione con i fratelli e le sorelle di tutto il mondo, misticamente rappresentati dall’assemblea, e infine tornare alla vita di ogni giorno e con la forza di quel pane affrontare tutte le difficoltà e l’onere della profezia che il sacramento esige (cf 1Re 19,8).
Due Comunioni
Poiché la Comunione è il rapporto d’intimità con il Cristo di Dio, Pane disceso dal cielo (cf Gv 6,41.58) il cardinale della fede non sa che nella Messa ognuno di noi fa la Comunione due volte:
a) La prima volta attraverso l’organo degli orecchi, ascoltando la Parola, il Lògos proclamato come irruzione di Dio nell’oggi della Chiesa: «Oggi si è compiuta questa parola nei vostri orecchi» (Lc 4,21, traduzione letterale). (Il profeta Ezechiele deve «mangiare il rotolo» (Ez 3,1-4) e come può farlo se non ascoltando? Nel prologo della 1Gv noi «tocchiamo il Lògos della vita» (1Gv 1,1.4).
b) La seconda volta facciamo la Comunione attraverso la bocca, mangiando il Pane/Corpo e bevendo il Vino/sangue che simboleggiano la Vita di Cristo. Ascoltare e mangiare, orecchi e bocca. È forse la bocca più privilegiata degli orecchi? Non sono forse strumenti ambedue allo stesso titolo, con soltanto una differenza modale?

Se avesse ragione il cardinale, allora i divorziati e chi non fa la comunione con la bocca, dovrebbe andarsene prima che cominci la proclamazione della Parola perché rischierebbe di fare la Comunione con gli orecchi. L’Eucaristia non è puzzle da comporre, ma un «unicum», un evento, un «kairòs», è l’invito a una mensa, non una rappresentazione rituale condizionata. Non vi sono alternative: o si partecipa a tutta l’Eucaristia o si sta a casa, rigettando la chiamata dello Spirito che convoca attorno al Cristo, proclamato sul mondo per dire a tutta l’umanità che Dio è il Padre di tutti e ciascuno ha diritto a incontrarlo e ad accedere alla sua paternità perché Gesù è il «Lògos/fragilità» che si offre gratuitamente e senza condizioni.
Il teologo Grillo coglie la portata dell’affermazione e commenta le parole del cardinale Müller:
«Sono almeno 100 anni – da Pio X in poi – che la “assistenza alla messa” come precetto non corrisponde più al “dovere” del cristiano cattolico. E il Cardinale sembra offrire come soluzione quello che è un problema forse ancora più grave: la separazione tra sacramento e sacrificio non può essere una soluzione per chi vive la separazione matrimoniale. Una separazione non cura l’altra. Per di più, che “per noi” il centro della Eucaristia sia la consacrazione – contrapposta alla comunione in una inattesa ripresa di spirito antiluterano – mi sembra francamente una soluzione peggiore del male».
La teologia del cardinale è ancora preconciliare e intrisa di spirito «antiluterano» che non è stata scalfita per niente dal concilio Vaticano II e costui è a capo della Congregazione che dovrebbe «custodire» la fede cattolica! In che mani siamo! Non ha fatto alcuno sforzo per cercare di capire che «sacramento» non è sinonimo di «rubrica», ma è «segno» dell’evento che ci obbliga a prendere posizione con la vita e non l’assistenza alla Messa. Costoro partono dal presupposto di essere «la Verità» e chiunque si discosta dal loro pensiero, è un diavolo da sprofondare nell’inferno.

Nota di folclore genovese. Fino ad alcuni anni dopo il concilio Vaticano II a Genova, nella parrocchia della N.S. delle Grazie e di San Girolamo di corso Firenze, il parroco, Mons. Francesco Urbano, aveva fatto installare due semafori sulla testa della porta, uno verde e uno rosso. Quando cominciava la Messa, dall’altare accendeva il verde, un momento prima di svelare il calice, accendeva il rosso. Da questo momento «la Messa non era più valida» per cui i ritardatari erano avvertiti o di andare altrove o di essere certi di avere compiuto «un peccato grave». Quando si arriva a simili aberrazioni, è facile poi diventare cardinali alla Müller o similari.
A parte l’obbrobrio di definire la Messa come «un obbligo», ma mettere il semaforo prima dello spogliarello del calice è troppo anche per gli spiriti più mondani della terra! Eppure questa era la realtà e, a mio parere, una delle cause della scristianizzazione di oggi, di cui il card. Müller non sembra nemmneno accorgersi.
Matrimonio sacramento e Chiesa
Non c’è testo di matrimonio o discorso clericale che non faccia i gargarismi con l’affernare la sacramentalità del matrimonio perché Gesù era presente alle nozze di Cana (cf Gv 2,1-11). Poveri illusi! Non si rendono conto che il racconto dello sposalizio di Cana con il matrimonio-sacramento non c’entra nulla, perché l’evangelista non parla affatto di matrimonio, visto che la sposa è assente e lo sposo è solo coreografico per essere rimproverato perché non ha calcolato bene la quantità e qualità di vino. Il racconto è un midràsh di Es 19 (arrivo al Sinai e dono della Toràh) in chiave di alleanza. Che un matrimonio senza sposa possa essere un sacramento nemmeno la Santa Trinità, unificando gli sforzi e le competenze dei tre, potrebbe realizzarlo.
Un Sinodo fuori tempo massimo
Da 40 anni insegno che nessuno può abdicare dalla propria coscienza istruita e informata. Se il Sinodo si fosse tenuto negli anni ’60 o al massimo al più tardi nei ’70 del secolo scorso, avrebbe avuto senso, ma tenerlo oggi nel 2015, è fuori tempo massimo e i Padri Sinodali, come si dice a Genova, «pestano l’acqua nel mortaio». Paolo VI nel 1968 si fece impaurire dalla minoranza ex conciliare e s’impaurì da solo, pubblicando, contro il parere della maggioranza e di scienziati di ogni genere e specie, l’enciclica «Humanae vitae», lo spartiacque che inabissò la gerarchia in un buco nero da cui non si è più sollevata: il popolo di Dio si separò dalla gerarchia è cominciò a usare pillole e contraccettivi come fossero caramelle, con buona pace del Papa e dei cardilmerluzzi, soddisfatti di avere affermato il principio della «natura» (ohibò, la natura!), perdendo tutto il popolo. Uno scisma, ma ben chiaro: lo scisma della gerarchia dal proprio popolo, quello che conserva il «sensus fidei».
Fare un Sinodo oggi, dopo oltre mezzo secolo dall’«Humanae Vitae» e stare ancora a discutere «comunione sì, comunione no», mettendo anche da parte le parole inequivocabili del vangelo, significa perdere tempo, perché «la gente» va per conto suo, infischiandosene di cardinali, papi e preti che non hanno perso il vizio di gridare al peccato, salvo poi ritrovarsi a fare le più miserevole porcate, giustificandosi in ogni modo.
Ammesso e non concesso che i divorziati siano «peccatori» (ma mai quanto i cardinali che scrivono lettere anonime, o sputano sullo Spirito Santo), Gesù nel vangelo dice di essere venuto per i peccatori e ogni volta che ne incontra uno, si siede a tavola e mangia con lui (cf Mc 2,16), «amico dei peccatori e dei pubblicani» (Mt 11,19). Non solo, ma in Lc 15,1 l’evangelista ci tiene a sottolineare che «si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano» (Lc 15,1-2). Questa è la foto della chiesa di oggi: i pubblicani e i peccatori si avvicinano per merito anche di Papa Francesco, mentre scribi e farisei mormorano nell’oscuro e tramano nell’ombra da vigliacchi: lanciano sempre un sasso o una serie di sassi, ma ritirano subito la mano, assumendo l’aria degli gnorri.
Una testimonianza
La mia chiesa è frequentata da molti separati e divorziati e risposati e tutti fanno la comunione e non da oggi. Non c’è voluto un sinodo per sapere ciò che la coscienza conosceva già. Tutti partecipano all’Eucaristia e concelebrano l’Eucaristia in forza del principio che i sacramenti sono per il popolo santo di Dio (cf Eb 5,1), popolo in ricerca e assetato di Dio, popolo di santi e di peccatori, «ecclèsia casta et meretrix» (Cf SANT’AMBROGIO, Commento al Vangelo di Luca, III, 17-23, PL XV: 1681; cf CESARIO DI ARLES, Sermo 116, PL XLVII: 759; SAN’AGOSTINO, Quaestionum in Heptateuchum libri septe, Lib. 6, Quaestio Iesu Nave, 2, PL XXXIV:775; San Girolamo, Tractatus LIX in Psalmos, Psalmus 86, PL XXVI:1150),
Da tempo, da molto tempo abbiamo superato l’aspetto legalistico esteriore e abbiamo portato tutto alla relazione della fede che non ha gli stessi obblighi della religione. Questa, la religione, ha il compito di nascondere Dio e di oscurarlo a favore della casta sacerdotale che non avrebbe senso se il popolo potesse incontrare Dio. Quella, la fede, ha bisogno di cuore e di amore, di ansia e di desiderio per realizzare l’incontro fisico tra Dio e il credente che mette in discussione la propria esistenza perché vale la pena scoprire l’amore di Dio.
In 43 anni di vita da prete mi sono sempre preoccupato di rendere possibile l’incontro con Gesù e alimentare il desiderio di Dio, non mi sono mai preoccupato di condannare preventivamente o in forza di una legge canonica. Aiutare le persone a disporsi a una relazione d’amore è cosa ben diversa che volere che assistano alla Messa.
Consiglio non richiesto al card. Gerhard Ludwig Müeller: studi un po’ meglio la teologia cattolica e poi venga, e se vuole, possiamo cominciare a discutere anche di altro, anche di Comunione ed Eucaristia. Nel frattempo rassegni le dimissioni dalla Congregazione della Dottrina della Fede.
FINE
PS. Nel mio ultimo libretto, appena edito, «Peccato e Perdono» (Gabrielli Editore, 2015), affronto dal punto di vista biblico e teologico la nozione di peccato come ci è arrivata da Sant’Agostino in poi per arrivare a mettere in discussione lo stesso «peccato originale» che non sta in piedi né dal punto di vista biblico, né da quello teologico; avanzo una proposta che mi riprometto di riprendere e approfondire. È un passaggio obbligato per respirare un minimo di libertà e operare il passaggio dalla religione alla fede. Quanto meno a facilitarlo.
Paolo Farinella, prete

Fonte: http://www.tempidifraternita.it

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